Tomboy di Celine Sciamma: la recensione

Je m’appelle Laure

Il tema della costruzione dell’identità nella difficile “età dell’innocenza”, raccontato in modo delicato e intelligente.

La protagonista di Tomboy (letteralmente “maschiaccio”) ha i capelli corti e un corpo acerbo in procinto di svilupparsi. Quasi per gioco Laure (Zoé Héran), trasferendosi in un nuovo quartiere, si presenta ai suoi coetanei come Mickäel. Il suo comportamento rispecchia in modo perfetto la nuova identità e nessuno sospetta nulla. Tuttavia l’inizio della scuola è vicino e le menzogne verranno a galla.

Opera seconda della regista francese Céline Sciamma, Tomboy è un film che affronta un tema complicato e difficile da rappresentare sullo schermo cinematografico: l’identità sessuale durante il periodo “anticamera” dell’adolescenza. L’autrice rifugge i facili cliché che compongono il genere cinematografico infantile e riesce in modo sapiente a non scivolare vertiginosamente nello scabroso, raccontando in modo semplice e lineare la storia di una ragazza che in realtà vorrebbe essere qualcosa di diverso.

La conformazione fisica e i lineamenti, facilmente ambigui, permettono allo spettatore di pensare che quella bambina sia davvero un maschio. E per i primi dieci minuti di film Laure è Mickäel. Solamente nel momento in cui Sciamma indugia sul suo corpo nudo avviene un cambiamento nella mente del fruitore. Eppure tutto lascia presagire il contrario: gli atteggiamenti, il vestiario e le passioni (il calcio su tutto) confluiscono nell’immaginario classico del bambino che si diverte in un’estate parigina con i suoi amici appena incontrati.

Lavorando su due livelli completamente opposti (la vita familiare e la dimensione ludica che occupa intere giornate), Sciamma ci presenta le ambizioni e i desideri di questa giovane donna, racchiusi all’interno del suo ossuto corpicino. Scrutando il suo corpo allo specchio e riuscendo facilmente a imitare i suoi amici di sesso opposto, si rende immediatamente conto che, apparentemente, di diversità non ce ne sono e che il gioco/sogno può continuare in modo innocente.

Perfettamente delineati i personaggi di contorno che ruotano intorno a Laure: una famiglia che non accusa, ma comprende e una sorella, insospettabile alleata, con cui instaura un rapporto leale e di affetto reciproco, situazioni che – purtroppo – nella realtà si contano sulle dita di una mano.

Grazie ad uno stile registico semplice e non troppo ricercato (ma fedele allo scopo) e una fotografia luminosa permeata di forti tinte estive, Tomboy risulta una pellicola illuminante, che indaga in profondità, senza mai essere banale, un argomento complesso appartenente a una dimensione umana più matura. Il compito viene assolto perfettamente grazie soprattutto a una storia che risulta narrata in maniera delicata, mai stucchevole e che scivola solo raramente in una drammatizzazione troppo marcata.

Presentatosi, durante tutto il film, come Mickäel, Laure – per la prima volta – nell’ultima sequenza uscirà allo scoperto, rivelando a se stessa e alla sua amica del “cuore” la sua vera identità … “Je m’appelle Laure”

Uscita al cinema: 7 ottobre 2011

Voto: ***1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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