Il ventaglio segreto di Wayne Wang: la recensione

Due storie, due secoli: in comune l’amicizia

Una punta d’inchiostro disegna degli ideogrammi su un ventaglio bianco. Una comunicazione segreta che va al di là delle parole.

Tratto dal romanzo Fiore di neve e il ventaglio segreto scritto da Lisa See, la nuova pellicola del regista cinese Wayne Wang racconta due storie poste su diverse linee temporali, ma accomunate da una visione profonda e universale di amicizia.

Siamo nel XIX secolo e due bambine di sette anni (Fiore di Neve e Giglio Bianco) vedranno i loro destini uniti attraverso un legame chiamato laotong (un vincolo eterno più forte di una parentela). Parallelamente, in una Shangai contemporanea due amiche, Nina e Sophia, cercheranno di mantenere salda la loro amicizia, unendosi in un legame speculare.

Non convince molto il riadattamento del romanzo bestseller, nonostante il lavoro degli sceneggiatori Angela Worman, Michael Ray e del vincitore dell’Oscar Ron Bass, premiato per Rain Man. Il film indaga – senza lasciare il segno – il rapporto donna-donna, più profondo rispetto a quello che può esserci tra due sessi opposti. Ne svela le passioni, la possibilità di provare le stesse sensazioni, vincolandosi “semplicemente” in un legame che oltrepassa ogni tempo e ogni barriera. Difatti, pur essendo in un’epoca contemporanea frenetica e in evoluzione continua, due donne, che inizialmente sono vicinissime e in modo inesorabile si allontanano, riescono a provare le stesse emozioni. Soltanto sull’orlo del precipizio, una di loro (Nina) si rende conto di quanto sia fondamentale la sua “amica per la vita”.

Wang crea uno sdoppiamento della narrazione e pone i due livelli costantemente a confronto; sicuro elemento rafforzativo è l’utilizzo delle stesse attrici per l’interpretazione di entrambe le vicende, quella passata e quella attuale.

Inoltre il regista effettua un’ulteriore dissociazione dal punto di vista linguistico che colpisce, ma non necessariamente convince: se da un lato (diciannovesimo secolo) troviamo l’utilizzo del solo mandarino, dall’altro, si predilige l’inglese, anche tra i nativi.

Questa preferenza può far comprendere l’ambientazione scelta: una Shangai ultra-moderna, dove i grattacieli imperversano e nella quale la lingua madre viene inesorabilmente sostituita dall’inglese capitalista. Insomma una sorta di New York orientale.

Nonostante tutto la pellicola ha il pregio di far scoprire allo spettatore una dimensione femminile, quella cinese della prima metà del XIX secolo, costantemente colpevole, sottomessa dal marito o dal genere maschile e l’impossibilità per una donna di comunicare con il mondo esterno. Ulteriore privazione e costrizione inflitta al genere femminile è la fasciatura dei piedi (evento straziante e doloroso ma necessario perché dà modo alla storia parallela di avere inizio), su cui il regista si sofferma più di una volta, come a voler rafforzare la sofferenza provata da queste giovani donne.

La pellicola non viene né aiutata dalle interpretazioni di Gianna Jun e Bing Bing Li, a tratti stucchevoli, né dallo stile registico di Wang, pulito ma scolastico, affetto da una maniacale e ripetitiva predilezione per il campo-controcampo. Inoltre è ai limiti del cammeo promozionale la partecipazione di Hugh Jackman, che interpreta un fidanzato assolutamente fuori dagli schemi e inutile.

Il ventaglio segreto risulta lontano dal bestseller, un film scontato che soffre di un’americanità ostentata e non necessaria.

Uscita al cinema: 8 luglio 2011

Voto: *1/2

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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