Tatanka di Giuseppe Gagliardi: la recensione

Il bufalo si fa largo a forza di pugni

Michele – interpretato dal pugile Clemente Russo – è un ragazzo cresciuto a Marcianise nella periferia di Caserta. Furtarelli e scorribande con l’amico d’infanzia Rosario – Carmine Recano – sono all’ordine del giorno e il suo destino sembra ormai segnato. Solo grazie all’incontro con la boxe riuscirà ad invertire la rotta.

La pellicola è tratta da Tatanka scatenato racconto che fa parte de La bellezza e l’inferno, racconta la storia del riscatto sociale di un ragazzo che ha un’unica dote: usare bene il proprio pugno destro. Dopotutto, nella periferia casertana questa benedizione è l’unica possibilità di avere scampo a una, altrimenti inevitabile, vita da delinquente.

Il regista Gagliardi utilizza un linguaggio neorealistico per ottenere una percezione di verismo emozionante ed espressivo; e ci riesce, seppur ricalchi a tratti le orme di Gomorra. Gli edifici e le palestre fatiscenti trasudano fatica e decadenza e questo in parte si era già visto nella pellicola diretta da Garrone. Quello che ancora non si era visto era la possibilità di salvezza, lo spiraglio di un’alternativa, concetto che in Gomorra non appariva neanche lontanamente. La sceneggiatura, che non ha visto impegnato Saviano, utilizza il dialetto campano per la maggior parte dei dialoghi. Questa scelta, però, risulta decisamente non necessaria, anzi, un po’ inutile, ma deriva direttamente da quella ricerca di verismo espressivo dichiarata e ostentata dal regista.

Saviano nel suo libro aveva preso a esempio la vita di Clemente Russo come possibile via percorribile – non facile – per emanciparsi e allontanarsi dalla delinquenza campana. E difatti la scelta per il ruolo del protagonista è caduta proprio su di lui, un vero pugile. Scelta rischiosa perché dal punto di vista espressivo e recitativo il film ne perde, ma azzeccata soprattutto per le sequenze degli incontri dove Russo, muovendosi con naturalezza, riesce a non essere mai impostato.

Degna di nota è, inoltre, l’interpretazione di Giorgio Colangeli – il coach Sabatino – bravo a impersonare l’ultimo baluardo della legalità nei panni di un uomo saggio che prima di formare pugili, forma uomini.

La camorra in questo film è una presenza costante, ma poco visibile. Lavora nell’ombra eppure avvelena e sfrutta tutte le risorse della terra in cui continua a essere presente. Il tempo delle pistole è finito e ora la delinquenza si definisce imprenditrice, gestendo club esclusivi e utilizzando sempre più attività “legali” per pulire soldi sporchi. Insomma, sfrutta le risorse e sfrutta il talento. La boxe, invece, è metafora di salvezza; è un’attività reale e pulita che può contrastare il sistema della malavita organizzata. Entrare in una palestra e cominciare a tirare pugni a un sacco, dà sfogo alla rabbia e alimenta il sogno di non essere più sotto il controllo di qualcun altro. E proprio questo è il sogno che il protagonista cercherà di realizzare, insieme a quello di andare alle Olimpiadi.

Gagliardi, alla sua opera seconda (il suo debutto nel cinema è il lungometraggio La vera leggenda di Tony Vilar del 2006), consegna al pubblico un film ambizioso che ricorda Gomorra, ma che in realtà desidera andare oltre. Una pellicola che vuole mostrare non esistere solo un Sud malato e privo di alternative, ma anche una comunità che c’è e respira, e che, grazie a un pugno ben assestato e un ring, può aspirare a un futuro migliore.

Uscita al cinema: 6 maggio 2011

Voto: ***

Leggi l’articolo anche su Persinsala

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